2° Torneo Antimafia del Circolo Fuori Orario
A Brancaccio per la Legalità
CentoDonne CentoBici
“Centodonnecentobici” è un cicloviaggio al femminile alla scoperta della nonviolenza in Sicilia. E' un'avventura svolta dalle donne della Rete Lilliput di Vicenza, assieme ad altre “amiche della nonviolenza”, che si sono trasferite nel territorio della Sicilia per percorrere numerosi chilometri con un mezzo a disposizione di tutte e di tutti – la bicicletta - e rispettoso dell'ambiente. Il viaggio prevede 12 tappe, ognuna delle quali rappresenta un'importante occasione per tessere una nuova rete di relazioni con le donne che sul territorio propongono esperienze alternative alla militarizzazione ed al sistema delle mafie. Appuntamento con Libera Palermo e la Cooperativa Placido Rizzotto il 29 Maggio 2008 alle ore 18.00 presso l'agriturismo Portella della Ginestra (struttura confiscata alla famiglia Brusca e gestita dalle cooperative di Libera Terra).
Anche a Palermo la "Bottega dei sapori della legalità".
In ricordo della strage di Capaci
Programma: Ore 10:00 La "Q.S.15", il gruppo di scorta di Giovanni Falcone, incontra i ragazzi delle scuole Ore 12:00 arrivo del "Gruppo Ciclistico Questura di Palermo" Ore 15:30 Esposizione delle opere di giovani artisti. Performance dei writers Vincenzo Pisano "Hishis"" - Michele Zingales. Ore 18:00 gruppo Agesci "Isola delle Femmine I" - Karol Wojtya e Capaci I. A seguire l'attore David Simone VInci interpreta la poesia "Lentamente muore" Ore 19:00 i ragazzi della "Q.S.15" e Tina Montinaro ricordano Antonio, Rocco e Vito Ore 20:00 coro di voci bianche del Conservatorio di Musica di Stato "V. Bellini" - Palermo, diretto da Antonio Sottile - pianista Antonio Fiorino. Ore 21:00 ringraziamenti alle autorità intervenute Ore 23:00 Don Luigi Toma, Don Calogero Governali e Don Luigi CIotti celebrano la Santa Messa in memoria di Antonio, Rocco e Vito. Interventi musicali del "Quintetto della Banda della Polizia di Stato".
"Le tragedie, la mia tragedia, cambiano le nostre vite a volte in maniera irreversibile...ma a volte no. Ho trovato negli occhi dei bambini, nello sguardo dei miei figli, la forza di continuare a pretendere un futuro diverso, giusto. Per questo lotto ogni giorno. Insieme a chi non ha conosciuto il dolore come me, ma che come tanti crede nel giusto, voglio trovare la forza di vivere, comunque vivere con rabbia, con la forza del ricordo, con l'impegno nel quotidiano, per affermare che la legalità è vita. Sempre". Tina Montinaro
Due regioni per una ragione
A Gemona del Friuli (Udine) il 15 Maggio alle ore 19.30 presso il Centro Parrocchiale Salcons l’Associazione Buteghe Dal Mont Glemone terrà una cena degustazione della legalità con i prodotti di Libera Terra coltivati nei terreni confiscati alle mafie.
Inoltre il giorno dopo a Trieste alle ore 9.00 presso l'Istituto Industriale "Alessandro Volta" verrà organizzata una conferenza sulla legalità e la necessità di contrasto alle mafie a partire dall'affermazione della cultura della cittadinanza attiva e della responsabilità collettiva.
Parteciperà agli incontri Umberto Di Maggio raccontando l’esperienza delle cooperative antimafia dell’Alto Belice Corleonese in provincia di Palermo per la gestione di fondi agricoli confiscati ai boss di Cosa Nostra Riina, Brusca e Provenzano.
30 anni di cammino sui passi di Peppino Impastato
A trenta anni dall'omicidio di Peppino Impastato in tutta Italia si susseguono iniziative, incontri, proiezioni, dibattiti per mantenere viva la memoria ma anche, e sopratutto, per rinnovare un impegno sociale nel contrasto alle mafie.Anche Libera sarà presente al Forum sociale antimafia "Felicia e Peppino Impastato" al quale ha aderito, ed invita tutti a partecipare alla Manifestazione nazionale contro la mafia che si svolgerà domani a partire dalle ore 17,00. Il corteo partirà dalla sede di Radio Aut di Terrasini per arrivare a Cinisi lungo la via che Peppino percorse la notte tra l'8 e il 9 maggio 2008 quando fu sequestrato ed ucciso.
Il trentennale è l'occasione per riflettere su alcuni punti fermi che riguardano la storia di Peppino, le sue scelte politiche, le sue analisi, il suo progetto di mutamento sociale in Sicilia, alla luce del valore storico, simbolico e soprattutto di impegno concreto assunto da questa figura "rivoluzionaria".
L'esperienza di Peppino, troncata dalla violenza e dalla logica repressiva mafisa, rivive nelle analisi più serie e conseguenti della mafia e delle mafie fatte negli ultimi anni dagli studiosi e dagli attori sociali impegnati in prima persona nel contrasto, che mettono al centro la loro complessità e lo sviluppo di borghesie mafiose collaterali alla "manovalanza" criminale, unite tuttavia dall'uso di metodi affini per la ricerca e l'uso del potere illegale.
L'organizzazione della criminalità organizzata mafiosa passa quindi per le intersecazioni con il sistema politico-amministrativo ma elemento che spesso viene censurato, dimenticato, sottovalutato, fatto gravissimo, perché la mafia gioca molto del suo potere tramite l'ottenimento del consenso nelle diverse fasce della popolazione. Di mafia se ne deve parlare, e se ne deve parlare il più possibile. L'impegno contro la mafia quindi deve essere costante e radicato nella società civile, e ciò deve passare anche attraverso lo studio,la conoscenza e l'informazione, e di questi fattori Peppino Impastato ne aveva percepito l'importanza.
In questo contesto i tentativi di costruire nuove forme del fare politica, le esperienze di antimafia sociale (dalle lotte dei senzacasa di Palermo alle forme cooperativistiche per l'uso sociale dei beni confiscati, all'antiracket) debbono essere capaci di uscire dalle nicchie di buone pratiche e dalla logica della testimonianza, per estendersi con il coinvolgimento dei movimenti, ai settori del lavoro e dell' economia più ampi.
In questo senso l'informazione può giocare un ruolo fondamentale, la comunicazione vista quindi come motore del cambiamento, allo stesso modo di come Peppino Impastato aveva interpretato l'esperienza della radio libera.
"Su questo terreno il Forum vuole continuare a costruire uno spazio d'incontro, - hanno dichiarato gli organizzatori - d'analisi e di operatività tra i nuovi movimenti di lotta, le esperienze più significative del mondo religioso, della cooperazione internazionale, le organizzazioni che operano in varie parti del mondo, per dare vita a un progetto che unifichi le resistenze, coniughi la liberazione dalle mafie e la costruzione di una nuova società possibile, nel. nome di Peppino e sulla strada da lui indicata".
Peppino Impastato, trent’anni dopo

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Intervista a Giovanni Impastato di Pino Finocchiaro
"Trent’anni dopo, molto è cambiato. Ma i giornalisti che narrano i fatti di mafia rischiano ancora. E non è giusto che a difenderli siano le scorte delle forze dell’ordine. I giornalisti coraggiosi, quelli che amano ancora condurre inchieste devono avere come unica scorta il consenso della società civile. I primi a far loro da scorta devono essere gli editori, gli altri giornalisti, i lettori". Giovanni Impastato. Lo raggiungo al telefono. E’ al suo banchetto del tabaccaio, in quella pizzeria di Cinisi che è il simbolo della piccola impresa che si ribella. Del negozietto aperto a tutti ma chiuso al pizzo, alle protezioni di zii e nipoti, figliocci e padrini. E’ una Sicilia dove tutti possono sentirsi fratelli anche se non parlano siciliano e neppure italiano. Mi risponde mentre prosegue a vendere quei fiammiferi e quelle sigarette che sono il segno dell’indipendenza della sua famiglia.
Mentre più in là lievita la pasta per la pizza e qualche operaio sporco di calce addenta già un panino con un bicchiere di birra fredda messo lì a liberare i pensieri per le quattro chiacchiere con i compagni che anche per oggi se la sono cavata senza cadere giù dall’impalcatura o finire sotto uno scavo tirato via troppo in fretta e senza puntelli. E’ la Sicilia viva, vera, che lavora e guarda a quel futuro che Cosa Nostra e i suoi servi in giacca e cravatta si ostinano a rubarle.
Peppino Impastato era un giornalista incazzato e senza tesserino. Non aveva tempo da perdere con le scartoffie. Aveva messo su una radio di paese e denunciava gli inciuci tra democristiani e comunisti. Tra mafiosi e imprenditori. Le violazioni urbanistiche per realizzare il vicino aeroporto di Punta Raisi che ora porta il nome di Falcone e Borsellino.
Se ne faccia una ragione quel politico che trova triste l’intitolazione ai giudici antimafia dell’aeroporto del quale Peppino denunciò gli intrecci mafiosi e l’olezzo di corruzione. Dall’8 all’11 a Cinisi nessuno piangerà, saranno giorni di festa e se vuoi di incazzamento. E se qualche lacrima scapperà, inevitabile, stia tranquillo che questi ragazzi di Cinisi che al mattino si cercano un lavoro e alla sera si ritrovano uomini liberi, sapranno dare parole alle lacrime.
Peppino Impastato fu sequestrato e ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Il suo corpo fu ritrovato lungo la ferrovia con una carica esplosiva accanto. Un terrorista ucciso mentre preparava un attentato, la facile soluzione del caso. L’assassinio di Moro oscurò la vicenda e persino autorevoli testate di sinistra liquidarono la vicenda accogliendo la tesi del terrorista. Anche a certi comunisti siciliani andava bene quella menzogna. Peppino l’impiccione se l’era voluta. Ma la lunga marcia silenziosa della madre Felicia Impastato non diede tregua ai suoi assassini. Le sue dichiarazioni nette ed essenziali davanti alle telecamere di quei pochi giornalisti d’inchiesta rimasti in Italia scossero il paese e il giorno dei funerali di mamma Felicia c’era l’Italia che crede che Cosa Nostra si può battere. Parte di Cinsi, no.
"Sì, non è come trent’anni fa – mi dice Giovanni, mentre, sento, dà il resto ai clienti - la sua vicenda giudiziaria ha avuto uno sbocco, molti mafiosi sono stati condannati. La legge 109 sulla confisca dei beni comincia a dare i suoi frutti. La mafia stragista è stata attaccata e colpita al cuore. Adesso c’è Addio Pizzo. Ma la mafia come modello culturale e politico c’è ancora. Anzi, la cultura dominante, di riferimento è quella mafiosa. Non solo in Sicilia ma anche in Italia. Ovviamente, non mi riferisco all’ala militare di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta, della Camorra, di tutte le mafie, ma alla borghesia mafiosa".
L’antidoto?
"Dobbiamo fare leva sulla cultura. Non dico che la repressione non sia importante. Ma il contrasto alla mafia non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico. Ha una dimensione culturale che va combattuta sin dalle scuole. Dal confronto fra la gente. E’ una priorità per chi ha la responsabilità di informare, formare, educare".
Ecco. Partendo dall’esperienza di Peppino. Cosa dovrebbero fare i media?
"Devono fare di più. Molto di più. Devono prendere coscienza del fatto che otto giornalisti sono stati uccisi perché indagavano sulla mafia e sui suoi rapporti oscuri col potere politico, economico, imprenditoriale.
"Devo dire, però, che i giornalisti il loro dovere lo fanno. Quel che mi impressiona è l’incapacità di indignarsi della gente. Le parole di Dell’Utri e Berlusconi, i loro attestati di eroismo nei confronti di Mangano, sono state riportate, commentate, criticate dai giornalisti ma poi tutto è scivolato via. Come se la cosa non riguardasse la vita di tutti i giorni e la gente non si indigna più".
Perché?
"Perché l’informazione non basta. Perché non basta più fare antimafia nei salotti televisivi. Occorre riscoprire un’antimafia dei bisogni e dei diritti. Un’antimafia che si preoccupi dei problemi quotidiani, che torni tra la gente, che comprenda le necessità. Che faccia comprendere che è proprio la mafia ad inasprire i bisogni, a gestire arbitrariamente lo stato di necessità che lei stessa ha prodotto. E’ Cosa Nostra che cancella i diritti sanciti non solo con le illegalità palesi ma con i favoritismi, i mezzucci, le connivenze. Illuminare a giorno questa radicata cultura mafiosa è l’unico antidoto all’assuefazione popolare".
E che cosa salveresti dei media negli ultimi trent’anni?
"Il giornalismo d’inchiesta. C’è ancora chi prova a farlo. Ma a grandi linee quel tipo di giornalismo non si scorge più.
"Negli ultimi trent’anni? Direi le inchieste dell’Ora. Quelle che non si fermavano ai dispacci di polizia e carabinieri. Quelle che mettevano in luce i rapporti tra mafia ed eversione neofascista. Tra mafia e cavalieri del lavoro. Adesso, invece, scorgo la volontà di non scontentare nessuno. Di essere politicamente corretti. Leggo una scrittura più blanda, più rilassata. Non vedo informazione d’assalto. Certo, comprendo anche le preoccupazioni. Perché un giornalista non dovrebbe mai rischiare la vita. E ancor prima non dovrebbe mai temere di restare solo. Dovrebbe essere sempre sostenuto dal suo giornale, dall’editore".
Insomma c’è una responsabilità sociale nel fare antimafia.
"Certo. Perché non è possibile educare i giovani alla lotta alla mafia senza averli prima educati alla democrazia, alla capacità di comprendere le connessioni con i poteri forti. Ecco. Questo mi preoccupa. Dell’Utri beatifica Mangano e non si indignano? Non reagiscono di fronte a cose così gravi. Poi cala il silenzio. La capacità di intromettersi in ogni piccolo affare della mafia, di raccogliere capillarmente il pizzo non è più un problema di sicurezza. Il problema è il rumeno presunto stupratore. Il rumeno finisce per fare più paura di Cosa Nostra. I lettori non ricordano più cos’è Cosa Nostra col suo immenso potere e le sue immense ricchezze. I lettori temono il rumeno non più i boss. Sono preoccupato, sì. Questo modo di spostare la lettura della verità è un pericolo per la democrazia e per la nostra vita di tutti i giorni. Sono preoccupato. Ma spero nei giovani che ricordano ancora la storia di Peppino e che vengono qui a Cinisi per interrogarsi, per scambiarsi verità, per esercitare il vizio della memoria. La lotta alla mafia cammina sulle loro gambe".
E sono gambe che vengono da lontano. Sul sito del Centro Impastato non appena appare il programma delle manifestazioni per il trentennale dell’omicidio di Peppino si anima il glob, arrivano le adesioni da tutta l’Italia. Tita scrive: "La Valle Camonica ci sarà". Benvenuta Val camonica in Sicilia. Perché se trent’anni hanno insegnato qualcosa ai giornalisti che scriviamo di mafie, quel qualcosa si riassume in poche parole: "Mai più soli!".
Fonte Articolo 21.info